Attualità

È comprensibile che alcune situazioni della vita, ritenute a torto o a ragione "delicate" o addirittura disdicevoli, vengano tenute riservate o non se ne parli proprio e, se si tratta di immagini, vengano oscurate o tagliate.

Ciò era la regola ancora fino a una cinquantina di anni fa nel settore del pudore sessuale. Fino a quel tempo, non mi ricordo di aver mai ascoltato in un notiziario radio o in un telegiornale le parole "stupro" o "sodomizzare"o altri riferimenti a pratiche sessuali. A parte la stampa pornografica, in giro da parecchi secoli, ma circolante in maniera clandestina, anche le immagini dovevano rispettare il "comune senso del pudore", preso a riferimento anche per valutare gli aspetti penali di certi comportamenti. Negli Stati Uniti degli anni '40 e anche un po' dopo, i finti e ingessati baci cinematografici potevano essere filmati solo con i partner in piedi, ritenendo che altre posizioni fossero eccessivamente sensuali.

Negli ultimi decenni, sia nel cinema che nella TV, abbiamo assisstitio ad un graduale e quasi totale sdoganamento sia delle immagini scabrose, che delle parole volgari. È però da notare che quando si tratta di tradurre in parole le immagini sessualmente esplicite per spiegarle ai ciechi nel corso delle audiodescrizioni, si ritorna, ma ciò succedeva ancora di più qualche anno fa, ai "velatini" al calo delle luci, alla più puritana censura. Molti si ricorderanno di lunghe scene fra due amanti che, sia per l'onda emotiva crescente,per i gemiti e per qualche risucchio, erano quanto di più esplicito si possa mostrare sul set cinemagografico, ma che nell'audiodescrizione per i non vedenti venivano liquidate con una frase generica e incolore: "E cedettero alla passione".

Forse dipenderà dal considerare le persone con disabilità come esseri angelizzati, immuni alle tentazioni della carne, oppure dal pudore di chi compone il commentio o deve recitarlo e ha ritegno temendo di mettere a disagio il cieco, magari anziano e bigotto o la cieca ingenua che, poverina,"certe cose non se le immagina neppure!" Ma a difesa di orecchie caste o troppo giovani esistono le classiche frasi obbligatorie, come "la visione è riservata ad un pubblico adulto", o similari, e quindi il cieco che, sentendo l'annuncio, non ha cambiato canale o che, anzi, ha scelto coscientemente proprio quel film, ha tutto il diritto di non essere discriminato e di avere una esatta e minuziosa descrizione di tutto ciò che può vedere chi gode di tale privilegio.

Ma esiste, ed è tuttora ben radicata, un'altra forma di censura,quella dell'immagine specifica e palese della causa della disabilità, quando questa si manifesta in tutta la sua evidenza.

Raffaella Carrà, nel corso di una lunga intervista su un divano di RAI 1, una trentina di anni fa, confidò al sottoscritto che avevano preparato il set piazzando due telecamere sul soffitto, in modo che la ripresa dall'alto non evidenziasse la cecità, ma di aver annullato poi tale variante avendo constatato, incontrandomi, che la mia immagine non avrebbe creato disagio.

Tutta questa problematica è emersa mentre assistevo alle gare della recente Paralimpiade e non riuscivo quasi mai a capire l'esatta problematica che caratterizzava i partecipanti alle varie gare: i telecronisti o radiocronisti citavano delle sigle di categorie con lettere e numeri che non mi dicevano nulla sulle difficoltà dell'atleta e quindi non mi permettevano neppure di apprezzare i tempi o le distanze realizzate, paragonandole con i risultati delle corrispondenti gare olimpiche. È emerso che anche i telespettatori vedenti avevano le stesse difficoltà, e ciò in quanto registi e cameramen facevano di tutto per non riprendere quel particolare del corpo che giustificava la qualifica di "paratleta".

Senza che fosse citato espressamente il tipo di impedimento e mascherandolo nelle riprese, chi non ha avuto l'accortezza di tenersi a portata di mano la tabella delle sigle o di impararsele a memoria, ha perso molto del valore delle prestazioni agonistiche.

Ma sarebbe interessante capire il perché di questa censura: forse il voler rispettare la privacy del concorrente? Questa ipotesi non regge: chi si intende anche un minimo di atletica leggera e sente dire che la vincitrice dei 100 metri piani ha impiegato 14 secondi, penserà che quel tempo lo fa lui quando corre per prendere l'autobus. Ma resterebbe stupefatto e ammirato se sapesse che la concorrente aveva una sola gamba! È quindi anche interesse del disabile far conoscere il tipo di problemi che deve affrontare.

Dobbiamo quindi concludere, anche se con dispiacere, che i particolari fisici non vengono né mostrati, né descritti, perché non sono "normali", non corrispondono ai canoni estetici riconosciuti. Forse, se la "diversità" non fosse negata e nascosta, si avvicinerebbe un po' di più alla "normalità".