Attualità

Da più di un anno questo interrogativo riempie le pagine dei giornali e le serate dei talkshow televisivi e radiofonici.

A parte i diretti interessati, imprenditori e commercianti che, ovviamente,  ritengono le chiusure un male terribile per l'economia dei singoli e di tutta la nazione, l'opinione pubblica è abbastanza divisa fra i favorevoli e i contrari, alcuni per fede politica e ossequio alle posizioni prese dai partiti di loro riferimento, altri per la prevalenza o meno nella loro cerchia familiare o di amicizie, di persone appartenenti alle categorie colpite.
Dalle motivazioni, spesso generiche e banali, che vengono addotte dagli intervistati per sostenere l'una o l'altra tesi, si comprende che la questione raramente è stata analizzata sotto tutti i suoi aspetti e partendo da dati oggettivi. Pare comunque che, proprio per tale difetto di analisi, la distribuzione delle opinioni nei due campi risulti quella statisticamente più probabile e cioè al 50%.
Ma esaminiamo le varie situazioni, ben precisando che chi scrive non è un esperto virologo, ma soltanto un attento ascoltatore delle spiegazioni tecniche fatte da vari specialisti, non sempre concordi, e di letture di articoli scientifici garantiti dalla serietà della rivista che li pubblica e non di blog tenuti dal primo che capita e spara fake news.  
Altra premessa necessaria è che le limitazioni agli spostamenti e alle attività di ogni genere non sarebbero necessarie, tranne alcuni casi, se tutte le persone, al 100%, seguissero esattamente le semplici regole di comportamento    che abbiamo ormai imparato a memoria. Ma purtroppo molti ne seguono solo alcune o lo fanno senza troppa attenzione e ci sono anche quelli che sbandierando erronee interpretazioni di norme costituzionali, o semplicemente gridando che i loro vent'anni gli danno diritto alla libertà, proclamano orgogliosamente di non rispettare alcuna regola.

I luoghi pericolosi.
Quando i coefficienti del contagio, e soprattutto, l'affollamento dei posti di terapia intensiva negli ospedali, superano il livello di guardia, può essere assolutamente necessario chiudere in certe ore o per tutta la giornata i luoghi pericolosi. Si tratta di capire quali lo siano veramente e in quali condizioni.
I negozi di vendita di qualunque tipo di merce sono luoghi del tutto sicuri se sono stati sanificati regolarmente come prescritto e se il personale e i clienti rispettano alla lettera gli obblighi stabiliti. Ma allora, perché vengono chiusi? Le motivazioni sono estranee al locale e purtroppo non eliminabili: si tratta delle code indisciplinate che si sono spesso formate all'esterno e dell'affollamento nei mezzi di trasporto utilizzati per raggiungere la zona commerciale.
Lo stesso discorso vale per gli edifici che ospitano Centri commerciali, con l'aggravante che le pattuglie motorizzate dei tutori dell'ordine non vi possono accedere ed evitare quindi gli assembramenti; a parte il fatto che, anche nelle strade e nelle piazze abbiamo constatato l'impossibilità o forse la mancanza di volontà politica di intervenire con la forza per sciogliere i gruppi, a parte qualche decina di ammende.
Le stesse motivazioni valgono per le scuole, sicure all'interno, mentre difficilmente lo possono essere i mezzi di trasporto e altrettanto difficilmente si possono evitare gli abbracci e le effusioni filmate e documentate soprattutto al momento dell'uscita.  
Anche il bar con consumazione da eseguire fuori potrebbe rimanere aperto sempre, a patto che i clienti, preso il bicchiere di carta, si allontanino e si dispongano seguendo la regola del distanziamento sanitario. Poiché invece, sui Navigli di Milano o a Campo dei Fiori a Roma, si sono sempre formati assembramenti paurosi, soprattutto di giovani, ecco che i bar vanno chiusi, sempre o almeno in certe ore, quando la gravità della pandemia lo richieda.
E veniamo alle consumazioni a tavolino, sia nei ristoranti che nei bar o nei pub.
Qui, in situazione di maggiore gravità, si ordina la chiusura totale o l'apertura solo in certe ore o solo all'esterno.
A nostro modesto avviso, in questo settore vengono commessi degli errori, sia in un senso, che nell'altro.
Dicono i gestori e gli "aperturisti": i locali sono sanificati, ci sono lastre di separazione e   
 il personale rispetta alla lettera le regole igieniche, quindi non c'è pericolo, né a pranzo, né a cena, anche se i clienti, ovviamente, non possono indossare la mascherina.
Dicono le Autorità: intanto intorno ad un tavolo dovrebbero esserci esclusivamente persone conviventi nello stesso nucleo familiare, ma poi all'interno dei locali si può formare una nuvola di aerosol contenente le micro goccioline di saliva che possono circolare nella parte alta e poi cadere per gravità sugli altri ospiti. Ma lì dove riteniamo che sbaglino, è nel ritenere più sicuri i tavolini posti all'aria aperta, dato che qui quel famoso aerosol virale può essere trasportato dovunque dai movimenti dell'aria.
Altra cosa poco chiara è il perché talora sia consentita l'apertura a pranzo e non a cena, o perché la cena debba terminare prima delle ore 22.
E qui bisogna entrare nel campo minato del tanto vituperato "coprifuoco". Premesso che si sarebbe dovuto scegliere un termine diverso da quello che ricorda tempi di guerra, attentati e militari che sparano a vista su chi è colto a violare il divieto, la spiegazione sta nel fatto che la gente, e soprattutto i giovani, sono portati a incontrarsi e a raggrupparsi più nelle ore serali che in quelle pomeridiane. Inoltre, l'obbligo di rientro alle 22 impedisce ai giovani di uscire dopo cena e a moltiplicare   i contagi, vista la loro poca o nulla propensione per il rispetto rigido delle regole.
È chiaro che ciò viene subito dai giovani come una pesantissima limitazione al loro giusto desiderio di socializzazione, con la perdita di molti mesi di vita normale che non potranno mai essere recuperati. Ma la stessa cosa l'hanno dovuta sopportare i ragazzi nati intorno al 1930, con l'aggravante che allora a casa c'era molto poco da mangiare e non c'era né la TV, né internet. Allora si era in guerra con i cannoni e i bombardamenti, ora siamo ugualmente in guerra e le nostre armi sono i vaccini.
Altro argomento di aspra discussione è quello delle chiusure o delle riaperture senza adeguato preavviso. È chiaro che ciò crea gravi problemi per molte tipologie di commercianti, ivi compresi gli albergatori e gli agenti turistici: provviste alimentari che vanno sprecate, o, al contrario, mancanza di materia prima alla riapertura, ecc. Ma incolpare i decisori per queste pur gravi conseguenze è veramente indice di poca intelligenza o di mala fede: l'andamento della pandemia non è prevedibile e nel momento in cui si verifica un picco imprevisto si deve necessariamente intervenire con provvedimenti drastici e immediati per evitare che la situazione vada fuori controllo come sta avvenendo attualmente in India; non ci si può certamente fare degli scrupoli per le provviste che vanno al macero.
In Australia si è passati da una situazione di normalità alla chiusura totale nel giro di pochi minuti: in uno dei più prestigiosi tornei internazionali di tennis, un incontro è stato interrotto a metà e il pubblico fatto sfollare, non appena conosciuta la nascita di un focolaio infettivo.
È giusto che vengano pretesi i cosiddetti ristori. Ma anche qui bisogna considerare due differenti situazioni; la prima è quella   di chi ha sempre percepito profitti normali e che ora si trova a non avere scorte finanziarie per evitare il fallimento. Questi imprenditori, a nostro giudizio, dovrebbero essere posti in grado di resistere e percepire quindi quanto necessario a tale scopo, indipendentemente dal volume di affari precedente alla pandemia. Diversa è invece la situazione di chi in periodi normali ha accumulato grossi profitti. Non è un criterio corretto in questi casi quello che i ristori siano proporzionati ai profitti passati, perché le chiusure non sono fatti illeciti che esigono un risarcimento dei danni, ma un caso fortuito a cui lo Stato risponde con un aiuto a chi sta per naufragare. Invece abbiamo ascoltato le lamentele per la scarsità del contributo da parte di chi aveva fatturato negli anni passati milioni di euro. Cosa dovrebbe dire allora il piccolo borghese che ha dato in locazione un paio di appartamentini e che non riceve in tutto o in parte quanto gli è dovuto per la situazione economica degli inquilini, e non riceve alcun ristoro?  
Questo flagello mondiale si è abbattuto sulle nostre teste e nessuno può pensare che qualunque intervento pubblico possa evitarne le conseguenze. L'importante è che si ragioni in termini di solidarietà di fronte ad una comune sciagura e non con l'occhio al proprio interesse economico.

Giulio Nardone